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CHIESA E CONVENTO DI SAN VINCENZO DEI PADRI CAPPUCCINI

Benvenuti alla visita del Complesso di San Vincenzo dei Padri Cappuccini. Questo itinerario ci condurrà attraverso secoli di storia, dalla spiritualità della Controriforma fino ai moderni sforzi di recupero del sito, esplorando un luogo che ha segnato profondamente l’identità urbana e sociale di Bitonto.

Il complesso sorge in una zona storicamente isolata presso il vallone del Tiflis, sul sito dell’antica cappella di San Vincenzo, un tempo sotto il patronato della famiglia De Ferraris.

La Fondazione del complesso conventuale è attestata intorno al 1540-1548. Grazie alla bolla Religionis Zelus del 1528, i Cappuccini iniziarono la loro espansione. A Bitonto, la prima pietra fu benedetta nel 1540 dal Vescovo Lopez d’Alarçon, ma l’insediamento effettivo e la posa della croce avvennero nel 1548 con una straordinaria partecipazione popolare.

Fondamentale fu il ruolo del vescovo Cornelio Musso, che fece di questo convento il fulcro della sua opera di evangelizzazione, promuovendo gli ideali di vita ascetica e rigida astinenza tipici della Controriforma. Infatti la struttura fu edificata in una zona lontana dal centro abitato, come già accaduto per altri ordini religiosi e i loro conventi, ad es. i benedettini.

La consacrazione della chiesa avvenne nel 1589. Nel 1607, per facilitare il collegamento con la città, fu realizzata una via rettilinea ampia 14 metri che favorì lo sviluppo agricolo suburbano di importanti famiglie locali.

L’architettura riflette lo spirito di povertà dell’ordine, pur nascondendo sorprese di epoche diverse.

La facciata è lineare, arricchita da un portale con finestre ogivali e un bassorilievo della Deposizione, che sormonta la porta di accesso al convento a sx della facciata. Il convento si sviluppa attorno a un chiostro pilastrato, tipico dell’edilizia cappuccina.

Durante gli ultimi restauri, sostenuti dal Pnrr, sotto strati di intonaco, sono emersi pennacchi e lunette, che custodiscono frammenti pittorici con elementi che suggeriscono una datazione compresa tra la fine del XVI secolo e la prima metà del XVII secolo.

Le decorazioni a volute, i motivi fitomorfi (foglie e riccioli) e l’uso di campiture (pennellate) cromatiche vivaci con contrasti tra l’ocra e il blu lapislazzulo sono tipici del gusto decorativo post-tridentino.

La chiesa fu consacrata nel 1589 e il convento assunse la sua forma definitiva nel 1612, pertanto è molto probabile che l’apparato decorativo sia stato realizzato in questo arco temporale per completare l’arredo della struttura. I decori all’interno della chiesa si potrebbe supporre che avessero come unico obiettivo il nobilitare lo spazio liturgico destinato anche al popolo. Infatti la lunetta nella cantoria, l’unica completamente liberata dagli stucchi, riproduce una figura rivolta verso dx, con un’ala visibile che si estende verso l’alto e il retro. Il panneggio della veste e la postura suggeriscono un movimento leggero, coerente con la resa volumetrica del periodo. Le mani sembrano protese in avanti e potrebbero reggere:

– una fascia sottile: (un cartiglio) contenente un messaggio profetico o un’iscrizione sacra.

oppure

– un turibolo: la posizione delle braccia potrebbe indicare l’atto di far oscillare un incensiere durante una celebrazione liturgica celeste.

È molto probabile che questi frammenti siano coevi all’affresco (restaurato nel 2018) del refettorio, ricondotto al 1627 (anno del completamento dei lavori nell’area delle officine).

Il refettorio, luogo centrale della vita comunitaria, ospita un affresco del 1627 che ritrae San Francesco come protettore dei frati missionari, sottolineando il mandato evangelico di “andare in tutto il mondo”. L’affresco ha, chiaramente, un intento narrativo e pedagogico per i frati. Infatti l’opera, situata sulla parete di fondo, celebra la missione evangelizzatrice dell’ordine. Al centro troneggia San Francesco, raffigurato come alter Christus con i tipici tratti dell’iconografia cappuccina (cappuccio a punta, barba incolta), nell’atto di proteggere i confratelli e sorreggere il Vangelo.

Gli affreschi della chiesa sembrano appartenere alla stessa fase di fervore artistico che seguì l’ampliamento del convento iniziato nel 1606.

Entrambi i cicli pittorici rispondono alla necessità di evangelizzazione e celebrazione dell’ordine dei Cappuccini promossa dal vescovo Cornelio Musso e dai suoi successori.

Sebbene il tono generale sia volutamente dimesso, il convento un tempo pullulava di capolavori. Molti arredi sono oggi al sicuro nella Pinacoteca Diocesana, inclusa una preziosa tavola duecentesca di San Francesco e la Lavanda dei piedi del Gliri.

I vandalismi degli anni ’80 hanno purtroppo distrutto il maestoso altare ligneo barocco e la pala d’altare di Francesco Campora.

Il convento vantava una raccolta di codici e incunaboli rari, ora in parte custoditi presso la Biblioteca Comunale “E. Rogadeo”.

La storia moderna del complesso è segnata da drastici cambiamenti d’uso.
Dopo una prima chiusura in epoca napoleonica (1809), il convento fu definitivamente incamerato dallo Stato nel 1866. Così dal 1871 al 1984, la struttura perse la sua funzione religiosa per diventare un ricovero di mendicità gestito dalla Società dei Benefattori.

Dopo decenni di abbandono, il complesso è stato affidato alla parrocchia di S. Silvestro. I lavori di risanamento mirano a restituire alla comunità non solo un monumento, ma un simbolo di accoglienza e spiritualità che per secoli ha servito gli “ultimi” della città.

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